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September 09 Un uomo onesto, un uomo probo,
s'innamorò perdutamente
d'una che non lo amava niente.
Gli disse portami domani,
il cuore di tua madre per i miei cani.
Lui dalla madre andò e l'uccise,
dal petto il cuore le strappò
e dal suo amore ritornò.
Non era il cuore, non era il cuore,
non le bastava quell'orrore,
voleva un'altra prova del suo cieco amore.
Gli disse amor se mi vuoi bene,
tagliati dei polsi le quattro vene.
Le vene ai polsi lui si tagliò,
e come il sangue ne sgorgò,
correndo come un pazzo da lei tornò.
Gli disse lei ridendo forte,
l'ultima tua prova sarà la morte.
E mentre il sangue lento usciva,
e ormai cambiava il suo colore,
la vanità fredda gioiva,
un uomo s'era ucciso per il suo amore.
Fuori soffiava dolce il vento
ma lei fu presa da sgomento,
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato,
quando a lei niente era restato,
non il suo amore, non il suo bene,
ma solo il sangue secco delle sue vene.
September 03 Era il fegato a essere fuori di posto. Ero certo che fosse il fegato a essere fuori di posto perché avevo appena letto il volantino pubblicitario di una specialità medicinale che elencava nei particolari vari sintomi mediante i quali un uomo poteva capire se il suo fegato fosse fuori di posto. Io li avevo tutti. È una circostanza davvero straordinaria, eppure non ho mai letto la pubblicità di una specialità medicinale senza pervenire, irresistibilmente, alla conclusione di soffrire della particolare malattia che essa cura, e nella forma più virulenta. La diagnosi sembra ogni volta corrispondere esattamente a tutte le sensazioni che ho sempre provato.
Rammento di essermi recato, un giorno, al Museo Britannico per leggere come si curasse una lieve indisposizione dalla quale ero stato colpito in forma leggera: la febbre del fieno, mi sembra che fosse. Ritirai il libro e lessi tutto quel che v'era da leggere; poi, in un momento di balordaggine, sfogliai pigramente le pagine e cominciai, con indolenza, a studiare le malattie in generale. Non rammento quale fu il primo morbo nel quale mi immersi – qualche flagello pauroso e devastatore, questo lo so – e prima ancora di essere arrivato a metà dell'elenco dei "sintomi remonitori", sorse in me la persuasione di esserne affetto in pieno. Per qualche momento rimasi paralizzato dal terrore; poi, nell'apatia della disperazione, ricominciai a sfogliare le pagine. Capitai alla febbre tifoidea: lessi i sintomi e scoprii di avere la febbre tifoidea: mi resi conto che dovevo averla avuta da mesi senza rendermene conto e mi domandai da quali altre malattie fossi affetto; passai al ballo di San Vito: constatai – come mi ero aspettato – di avere anche quello; e cominciando a interessarmi al mio caso, decisi di essere meticoloso e di sondare fino in fondo. Pertanto ricominciai in ordine alfabetico, lessi la voce asma e venni a sapere che covavo la malattia e che lo stadio acuto sarebbe cominciato di lì a una quindicina di giorni. Quanto al morbo di Bright – fu un sollievo constatarlo – lo avevo soltanto in forma attenuata e, sotto questo punto di vista, potevo vivere ancora per anni. Dal colera ero già stato colpito, con gravi complicazioni; passando poi alla difterite, dovevo essere nato con essa, a quanto pareva. Continuai coscientemente per tutte le ventisei lettere dell'alfabeto, e la sola malattia che riuscii a concludere di non avere fu il ginocchio della lavandaia. A tutta prima mi risentii alquanto per questo; sembrava trattarsi, in qualche modo, di una sorta di ingiustizia. Perché non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa invidiosa eccezione? Dopo qualche tempo, tuttavia, prevalsero sentimenti meno avidi. Mi dissi che ero affetto da ogni altro morbo noto alla farmacologia, divenni meno egoista e decisi di fare a meno del ginocchio della lavandaia. La gotta, nel suo stadio più maligno, a quanto pareva mi aveva colpito senza che io ne fossi consapevole; e di zimosi, evidentemente, soffrivo sin dalla fanciullezza. Dopo la zimosi non esistevano altre malattie e così pervenni alla conclusione che non v'era altro di anormale in me. Rimasi seduto, cogitando. Quale caso interessante dal punto di vista medico ero diventato, pensai. Quanto sarei stato prezioso per un corso di medicina! Disponendo di me, gli studenti non avrebbero avuto alcuna necessità di "fare il giro negli ospedali". Ero io stesso un ospedale. Sarebbe bastato che facessero un giro intorno a me e, subito dopo, avrebbero ottenuto la laurea. Poi mi domandai quanto tempo avessi ancora da vivere. Cercai di visitare me stesso. Mi tastai il polso. A tutta prima non riuscii affatto a sentirlo. Poi, all'improvviso, parve mettersi in moto. Tolsi dal taschino l'orologio e controllai. Erano centoquarantasette pulsazioni al minuto. Cercai di sentirmi il cuore. Non funzionava più. Aveva smesso di battere. In seguito sono stato indotto a concludere che doveva essere rimasto sempre al suo posto, e che stava battendo; ma non so spiegare come fu. Mi palpai dappertutto sul davanti, da quella che si suol chiamare la "vita" fino alla testa, e mi spinsi anche un po' più in là a ciascun lato, e un pochino all'insù sulla schiena. Ma non riuscii a sentire o a udire un bel niente. Cercai di esaminarmi la lingua. La tirai fuori il più possibile, poi chiusi un occhio e mi sforzai di guardarla con l'altro. Riuscii a scorgere soltanto la punta, e potei dedurne una sola cosa: divenni ancor più sicuro di prima di avere la scarlattina. Ero entrato in quella sala di lettura sano e felice; quando ne uscii, sembravo un decrepito relitto umano. Mi recai dal mio medico. È un vecchio amico che mi tasta il polso e mi esamina la lingua e parla del tempo, tutto gratis, quando immagino di essere malato; pensai pertanto che gli avrei fatto un piacere rivolgendomi a lui adesso. "Un dottore ha bisogno" mi dissi "di fare pratica. Potrà disporre di me. Farà più pratica con me che con millesettecento dei suoi normali e banali pazienti affetti soltanto da una o due malattie per ciascuno." Così andai dritto filato nel suo studio e lui disse: «Bene, cos'hai che non va?» «Non ti farò perdere tempo, caro figliolo, dicendoti tutto quello che ho» risposi. «L'esistenza è breve e tu potresti passare a miglior vita prima che io abbia finito. Ma ti dirò quello che non ho. Non ho il ginocchio della lavandaia. E perché non ho il ginocchio della lavandaia non sono in grado di dirtelo, ma sta di fatto che non ne sono affetto. Tutte le altre malattie, però,le ho.» E gli spiegai come avessi scoperto ogni cosa. Mi sbottonò, allora, mi esaminò, mi afferrò il polso e poi mi rifilò un colpo al petto quando meno me lo aspettavo – una cosa vile a farsi, dico io – e immediatamente dopo mi auscultò dandomi un urtone con la testa. Dopodiché si mise a sedere, scrisse una ricetta, la piegò, me la diede e io me la misi in tasca e uscii. Non guardai la ricetta. La portai dal farmacista più vicino e gliela consegnai. L'uomo la lesse; poi me la restituì. Disse che non aveva quella medicina. Domandai: «Lei è un farmacista?» Rispose: «Sono un farmacista. Se fossi una cooperativa e al contempo un alberghetto familiare potrei raccontentarla. Ma il fatto di essere un semplice farmacista mi ostacola.» Lessi la ricetta. Diceva: 1 bistecca da quattro etti, con 1/2 litro di birra amara ogni sei ore. 1 passeggiata di 15 chilometri ogni mattina. 1 letto alle 23 in punto tutte le sere. E non imbottirti la testa con cose che non capisci. Mi attenni a queste prescrizioni, con il felice risultato – sto parlando per me – che la mia vita venne salvata, e continua tuttora. Ma adesso, per tornare al volantino pubblicitario della specialità medicinale (le pillole contro il mal di fegato) avevo inequivocabilmente tutti i sintomi, il principale dei quali era "la tendenza, in genere, a evitare ogni sorta di lavoro". Fino a qual punto io soffra in tal senso, non esiste lingua al mondo in grado di dirlo. Sin dalla primissima infanzia sono stato un martire di questo sintomo. Da ragazzo, non v'era quasi giorno in cui questo sintomo della malattia mi abbandonasse. Non sapevano, allora, che si trattava del fegato. La scienza medica era assai meno progredita di adesso e tutti solevano attribuire la cosa alla pigrizia. «Avanti, piccolo demonio scansafatiche» dicevano. «Alzati e fa' qualcosa per guadagnarti da vivere, eh?» non rendendosi conto, naturalmente, che ero malato. E non mi davano pillole; mi davano scapaccioni sulla testa. E per quanto la cosa possa sembrare strana, quelle sventole sulla testa il più delle volte mi guarivano... momentaneamente. A quanto mi risulta, uno scapaccione sulla testa era allora più efficace per il mio fegato, e mi rendeva più ansioso di alzarmi seduta stante e di fare quel che si voleva da me senza ulteriori perdite di tempo, di un'intera scatoletta di pillole al giorno d'oggi.
Vedete, succede spesso: quei semplici e antiquati rimedi sono non di rado più efficaci di tutta la farmacopea moderna.
June 13 "E' come nelle grandi storie, in quelle che contano davvero.
Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi nemmeno sapere come andavano a finire, perchè come poteva esserci un finale allegro?
Come poteva il mondo tornare come prima dopo che erano successe tante cose brutte? Ma alla fine, era solo una cosa paseggera, quest'ombra.
Anche l'oscurità deve finire.
Arriverà un nuovo giorno, e quando il sole sorgerà, sarà ancora più luminoso.
Quelle erano le storie che ti restavano dentro, che ti insegnavano qualcosa, anche se eri troppo piccolo per capire perchè.
Ma credo, padron Frodo, di capire.
Ora, so.
I protagonisti di quelle storie avevano molte occasioni per tornare indietro, ma non l'hanno fatto.
Sono andati avanti, perchè erano aggrappati a qualcosa.
C'è ancora del buono a questo mondo, ed è giusto combattere per questo."
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